UN UOMO, UNA DONNA

Che il cinema ormai non sia più solo al cinema non è proprio una novità.
Quest’anno il concetto è stato ribadito in modo perentorio e magnifico da due opere concepite per il piccolo schermo (una ha poi anche avuto una distribuzione cinematografica in versione ridotta) ma realizzate da due nomi che più CINEMA non si può: Olivier Assayas e Todd Haynes. E si dà il caso che si tratti anche dei film probabilmente più belli della stagione 2010-2011. Un uomo, una donna e le epoche storiche nelle quali si trovano a vivere e a decidere della propria vita (e di quella degli altri).

CARLOS di Olivier Assayas

Fluviale e inarrestabile cavalcata in vent’anni di terrorismo internazionale che vede progressivamente mutare (e svilirsi) l’utopia rivoluzionaria, dall’idealismo terzomondista al mercenarismo, dall’ideologia politica dura e pura alle sempre più pesanti compromissioni con gli interessi economici, parlato in otto lingue, girato in tre continenti, per un totale di cinque ore e mezza di durata (distribuite in tre episodi tv, ridotte della metà per l’edizione uscita poi nelle sale) “Carlos” è anche un formidabile ritratto di uomo che le circostanze e le convinzioni trasformano in una sorta di rock star e che di questo status diventa poi stolida vittima, scivolando ineluttabilmente nelle maglie sempre più strette di una rete di poteri politici (più o meno ufficiali) che si è illuso di poter dominare.

Assayas porta al punto di massima fusione la convergenza tra lo schema hollywoodiano dell’ascesa e caduta del criminale (qui sostituito dalla figura del militante rivoluzionario) e il suo cinema nervoso, lacerato, post-nouvelle vague realizzando un’opera mai compromissoria ma di elettrizzante compattezza, calamitata dal corpo senza pace, in perpetuo movimento e in continua trasformazione del suo protagonista (generosissima prova di Edgar Ramirez, un’autentica rivelazione), perfetto doppio carnale dell’epoca storica, uomo ondeggiante tra impegno marxista e narcisismo pop, sbandierata integrità ed vanità esuberante, mai veramente padrone di sé, dei suoi luoghi e delle sue pulsioni, destinato a collassare su se stesso, il cui inquieto fascino la macchina da presa non smentisce mai pur rimanendone a critica distanza.

Désordre geopolitico, destinées sentimentales ai tempi della strategia del terrore. Assayas polverizza i confini spaziali e liquida quelli temporali grazie a una messinscena estremamente mobile, fatta di accelerazioni, ellissi e dilatazioni (eccezionale tutto il lungo segmento del sequestro dei ministri dell’OPEC nel dicembre del 1975, una cinquantina di minuti di tensione ininterrotta), sostenuta dalle strepitose luci di Yorick Le Saux e Denis Lenoir e, come sempre nel cinema del regista francese, da una fondamentale colonna sonora (New Order, Wire, The Feelies) i cui brani non si limitano a contestualizzare musicalmente un’epoca ma restituiscono un’atmosfera emotiva e ne scandiscono il respiro: “Carlos” è un’elettrizzante e al tempo stesso disillusa epica post-punk.

MILDRED PIERCE di Todd Haynes

Miniserie in cinque puntate prodotta dalla benemerita HBO, “Mildred Pierce” è l’ultima fatica del qui amatissimo Todd Haynes (suoi, tra gli altri, uno dei più bei film in assoluto degli anni Zero, “Lontano dal paradiso”, e uno dei miei film del cuore, “Velvet Goldmine”), che ha deciso di concedersi ai tempi narrativi più lunghi della TV per quella che poteva sembrare un’altra escursione nei classici di genere compiuta con lo scandaglio di un’acuta sensibilità postmoderna. L’operazione di Haynes è invece ancor più sottile e spiazzante: non un vero e proprio melodramma (come in fondo tutti si aspettavano, le unghiate mélo sono invece centellinate e raggelanti) né un noir (per chi era legato alla versione cinematografica di Curtiz “soggiogata” dalla Crawford, adattamento tra l’altro ben lontano dal romanzo originale di James M. Cain cui invece Haynes si attiene abbastanza scrupolosamente) ma più semplicemente, o forse dovrei dire più difficilmente, un puro dramma. Un dramma sociale e per ovvia e spietata conseguenza anche sentimentale (principalmente nella sua variante materna), scavato con sinuosa e complessa lentezza. Con una cura del dettaglio che, pur nella ricchezza scenografica del period movie, scansa il calligrafico (per non parlare del camp che, con un autore come Haynes, tutti attendevano) per arrivare alla rude sostanza delle cose (splendido l’uso narrativo, assediante, di vetri e finestre nonché la carica feticista di cui sono spesso investiti gli oggetti in scena).

Mildred non è una martire né una santa né una madre perfetta. E’ una donna che decide a un certo punto della sua esistenza di vivere la vita che vuole, da donna che ha un corpo di donna e una testa di donna e desideri di donna, femmina che è anche ma non esclusivamente madre e moglie e amante. E ciò non è semplice da accettare nella società degli uomini, e delle donne, incasellati negli obblighi dei propri ruoli prefabbricati, ancor più in un momento di stagnazione economica come quello della Grande Depressione. 
Cast formidabile (non solo l’ottima Winslet cui Haynes intelligentemente impedisce di vampirizzare il film lasciandola comunque al centro assoluto dell’azione e delle relazioni) e sequenze perfette per tempi e climi emotivi come quella, da applausi, della “mutazione” di Mildred da cliente a cameriera del diner in cui si era rifugiata dopo una lunga e stressante ricerca di un lavoro o ancora quella che conclude il quarto episodio quando la donna in uno dei suoi ristoranti in riva al mare ascolta per la prima volta la voce della figlia che canta alla radio. L’avvelenarsi dei rapporti tra madre e figlia segna uno scacco nel progetto esistenziale di Mildred ma soprattutto, ed è questo probabilmente a rendere la rottura inconsolabile, getta un sospetto terribile sulle sue responsabilità: il livoroso protagonismo di Veda come incarnazione mostruosa delle aspirazioni personali e sociali della madre, come sua propaggine patologica. Con un dubbio talmente atroce non si può fare altro che berci su e cercare (invano) di dimenticare: “To hell with her… let’s get stinko”.

E per finire, un uomo, una donna, assieme, malgrado il destino volesse altro.
Film che c'entra poco con gli altissimi risultati precedenti (e niente col discorso tv/cinema) ma che si prestava alla perfezione a chiudere il tema del titolo.

I GUARDIANI DEL DESTINO di George Nolfi

Romantico Philip K. Dick (da un cui racconto è liberamente tratto), Frank Capra reloaded. “I guardiani del destino” è un piccolo film di non eccessive pretese che mi piace difendere, uno sci-fi romance deliziosamente ingenuo e démodé, derivativo con discrezione, che rimodella la mappa di New York in nome dell'amore. Démodé perché rifugge dalla voga del cupo a tutti i costi, se ne infischia abbastanza delle presunta lesa maestà dickiana e adotta un tono lieve per parlare di libero arbitrio, concedendo pochissimo spazio agli effetti speciali (quando ci sono hanno comunque una vezzosa patina old style, vedi il taccuino-GPS) per concentrarsi sulla vicenda sentimentale. Dio, o chi per lui, vota Democratici, Emily Blunt seduce con bella e ironica intelligenza, Matt Damon è un Bourne liberal e innamorato, sempre di corsa ma pronto a fermare il mondo per un bacio: “I choose her”.

[A margine: QUI quel che penso di UOMINI SENZA LEGGE di Rachid Bouchared.
Molto in sintesi, non ne penso granché bene]

4 thoughts on “UN UOMO, UNA DONNA

  1. anonimo scrive:

    Carlos cercherò di recuperarlo al più presto (in questo periodo non riesco a trovare il tempo!) e ho grosse aspettative
    su Mildred Pierce se ricordi ci trovammo su posizioni abbastanza divergenti. Non che lo trovi un fallimento, ma non posso dire di essere stato convinto del tutto dall'operazione.
    Sui Guardiani del destino sono con te al 100%, Avrà pure i suoi difetti ma gli si vuole bene a questo film. sarà la bravura degli attori, sarà che il romanticismo mi piace, ma passo tranquillamente sopra a tante incongruenze e brani di dialogo da lametta sulle vene.

    Noodles

  2. UnoDiPassaggio scrive:

    Le tue grosse aspettative su Carlos saranno pienamente ripagate, ne sono certo. E ciò mi farà un po' dimenticare il nostro disaccordo su "Mildred Pierce". Ma giusto un po', eh. :-)

  3. anonimo scrive:

    la prima parte di Mildred Pierce piaciuta tantissimo. Non vedo l'ora di vedere il resto, Carlos segue a ruota, ma il mulo è lento e svogliato..

    giulia

Lascia un Commento

Fill in your details below or click an icon to log in:

Logo WordPress.com

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Modifica )

Foto Twitter

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Modifica )

Foto di Facebook

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Modifica )

Connecting to %s

Follow

Get every new post delivered to your Inbox.