
IL RAGAZZO CON LA BICICLETTA di Luc e Jean-Pierre Dardenne
Cannes, universo.
All’ultimo Festival i premi maggiori (la Palma d’oro e il Gran Premio della Giuria, quest’ultimo per amor di precisione assegnato ex-aequo anche al turco Ceylan) sono andati a due film in apparenza diversissimi, soprattutto per quel che riguarda la dimensione spazio-temporale coperta: un poema visivo smisurato che volteggia tra il Big Bang, una famiglia americana degli anni ’50 e l’aldilà e una piccola fiaba morale contemporanea ambientata in poche location di una città belga.
Eppure anche nell’ultimo film dei fratelli Dardenne si possono rintracciare la via della Grazia e la via della Natura cantate dal visionario Malick, qui più semplicemente percorse e incrociate in bici dal piccolo Thomas Doret (strepitoso nella sua ruvida naturalezza esente da melensaggini). Una Natura che nell’ottica dei Dardenne è sempre spietatamente economica, di ascendenza paterna (Jérémie Renier, il corpo-cinema in inevitabile mutazione dei Dardenne), e una Grazia incarnata nella generosità disinteressata (almeno così sembra, la lettura ambigua è sempre possibile e ciò aumenta la ricchezza del film) della parrucchiera Samantha (un’efficacissima materna Cécile de France).

“Il ragazzo con la bicicletta” è il primo conte d’été dei fratelli Dardenne, opera che pur non abdicando mai a una necessaria asprezza, pur scossa dall’irrequietezza senza sosta del suo giovane protagonista, è addolcita da una luce solare densa di promesse. I registi rimangono saldi nel loro riconoscibile stile eppure si rinnovano ad ogni film (come già avevano dimostrato nel probabilmente sottovalutato “Il matrimonio di Lorna”), ben lontani dalla maniera: più corali, meno incollati a un unico personaggio, più ariosi e “musicali” (i brevi inserti a punteggiare e quasi lenire il progredire della narrazione), la pedinante camera a mano che lascia il posto anche a inquadrature frontali più stabili e a morbidi piani-sequenza (Cyril che “corteggia” in bici l’auto di Samantha). E magistrale rimane la gestione dei luoghi: il ristorante in cui si è rinchiuso il padre, fortezza difficilmente accessibile, schermata dai riquadri delle finestre, vicolo cieco morale, muro valicabile solo con un pugno di soldi in mano, ma anche il bivio etico del bosco, spazio di perdizione e ritrovamento di sé, morte e resurrezione, naturalmente e mai pedantemente simbolico.

Padri smarriti, enfants sauvages. I Dardenne fil(m)ano secchi e spediti, il loro è quasi un cinema d’azione, scevro com’è di psicologismi o spiegazioni retroattive (l’assenza della madre di Cyril, le motivazioni di Samantha) e imperniato invece sul continuo dibattersi, correre e scalciare di Cyril, fascio di nervi in cerca di pace che imparerà (anche) il senso del perdono, e sulle traiettorie concrete e solo in seconda istanza anche morali disegnate dalla bici venduta, rubata, recuperata, al tempo stesso strumento di libertà e ultimo legame familiare. Lezione di cinema, lezione di pedagogia, senza cattedre, per strada, su due ruote. Bellissimo il brusco finale: un rialzarsi, una svolta, un probabile cambiamento.
il tuo commento è limpido e pieno come il film: ti si legge sempre volentieri
Grazie mille, Anto!
me l'aspettavo una recensione entusiasta da te per questo film. assolutamente d'accordo. Forse stavolta i Dardenne sono un po' più "canonici" – non che sia un difetto eh – ma mi son piaciuti come sempre. L'anima truffautiana del film è splendida.
Noodles
Io non credo che siano così canonici come dici anzi proprio qui ci sono delle infrazioni al canone "dardenniano" (l'elemento musicale, l'ambientazione estiva, la scelta di un'attrice famosa). Certo, la ricerca formale è sempre quella, rigorosa, alla quale ci hanno abituato. Rimane il fatto che il risultato sia ottimo, su questo siamo d'accordo.
canonici, nel senso di adeguatisi un po' al canone del cinema più "mainstream" e meno al loro canone. Ma ripeto, è solo un'osservazione, non un difetto. Il film m'è andato parecchio a genio.
Noodles
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