
THE TREE OF LIFE di Terrence Malick
Film-esperienza. Apologia teo-con. Magnificenza immaginifica. Kitsch National Geographic. Non si sfugge. “The tree of life” è opera immensa destinata a dividere, film-monstrum che spinge a schierarsi, challenging come pochi. All’indomani della presentazione a Cannes e della sua accoglienza critica abbastanza imprevedibilmente molto contrastata ma a visione avvenuta comprensibile, parlare di “The tree of life” significa rischiare il fanatismo malickiano o una posizione di rifiuto parimenti violento, chiudersi in un’afasia estasiata o lanciarsi in una feroce e logorroica analisi grammaticale e logica (e ideologica). Effettivamente “The tree of life” è un’opera che per la sua eccezionale natura non accetta posizioni di compromesso e non per un ottuso atteggiamento fideistico ma perché è un’idea radicale di cinema (e di mondo) ad essere messa in gioco (come è accaduto in questi ultimi anni solo con INLAND EMPIRE di David Lynch), quella di una poetica autoriale di superba concentrazione (solo cinque lungometraggi dal 1973 ad oggi) che si pone a misura universale, di uno scavo autobiografico trasfigurato in preghiera cosmica, quella di chi si getta anima e corpo nell’impresa prometeica di sondare i limiti del fare cinema e tentare di oltrepassarli. Ma proprio per questo stesso motivo, assodato che non c’è mai da fidarsi di alcuna esaltazione cieca, (mi) risulta ancor più biasimevole l’oltranzismo dileggiante (e gravato da un forte sospetto di rifiuto “à la mode”) a cui i detrattori si sono abbandonati (fino alla delirante accusa di posizioni filonaziste). Chi scrive crede che “The tree of life”, piaccia o no, entusiasmi o meno, ad ogni modo non se lo meriti, non fosse che per lo straordinario lavoro di messinscena, per l’audacia innegabile del progetto e della sua realizzazione (hollywoodiana nei presupposti, sperimentale nei risultati).

Malick, e sta probabilmente qui il cuore di ogni rifiuto ben al di là dell’ardire musicale della costruzione narrativa, affronta di petto uno dei grandi tabù contemporanei, la dimensione spirituale, assurta nella sua forma religiosa a ideologia totalizzante sulle macerie di quelle politiche eppure rimossa dal quotidiano nella sua espressione più schietta, mettendola al centro della riflessione e dell’azione, mai separandola però dal fattore umano (in territori simili si era avventurato l’ultimo bellissimo Eastwood, generando analoghe reazioni infastidite) e mai irreggimentandola nell’ortodossia stringente di un culto malgrado i riferimenti biblici e cristiani. Accettare il mistero, dunque, senza il sarcasmo nichilista coeniano? No, più semplicemente fermarsi a guardarlo ed ascoltarlo. Passa anche di qui, dalla disponibilità a un confronto sui principali e irriducibili quesiti esistenziali, il discrimine tra il presunto kitsch (concetto scivoloso che necessita quanto mai di una ridefinizione) e il sublime. Uno dei grossi equivoci nei quali si potrà allora cadere nel leggere (e nel vedere) “The tree of life” è confondere l’interrogarsi sul senso dell’esistere (privo di risposte assolutistiche) per predicante afflato new age, scambiare la visione di una bellezza insita nelle cose mai disgiunta dal senso della loro caducità (il film prende le mosse da un lutto) e dal dolore dell’esserci e poi non esserci più per catechesi integralista (sia chiaro: chi scrive è allergico a chiese e affini), sovrapporre i nostri schematismi mentali, le nostre convinzioni a un’opera aperta di cristallina complessità. Perché la densità filosofica di “The tree of life” s’impone innanzitutto ai nostri occhi e ai nostri sensi, il suo misticismo è dimensione fisica, tattile.

Il maestoso lavoro di regia e montaggio crea una rete fitta e nitida, luminescente, di associazioni e richiami che non si limitano mai a un mero e rigido gioco di parallelismi e contrapposizioni. Il tempo si scioglie, risale al Big Bang, attraversa la creazione, si libra tra i pianeti, fissa l’esplosione solare e s’incanta in un primordiale gesto di pietà, ruota vertiginosamente attorno all’Eden in caduta libera del Texas degli anni ’50 agli albori dell’era spaziale e implode negli spazi di vita e morte della famiglia O’Brien (riferimento autobiografico ma anche famiglia archetipica), si squarcia in sprazzi di un presente lucente e mesto che forse è un futuro anteriore, forse nuovo passato, si annulla e rinasce in un finale che è oltre e al di qua di ogni dimensione, here, after. Le architetture vuote e trasparenti di Houston, Space City, in cui vaga Jack adulto sono una nuova costernata Creazione, di acciaio, vetro e cemento, un cosmo da ripopolare. Se le immagini hanno un senso (e ce le hanno eccome), allora va sottolineato come l’inquadratura conclusiva, escluse le immagini-cornice della misterica fiamma iniziale e finale (segno divino, elemento primordiale), non mostri un albero svettante o un cielo immenso in gloria del Signore né raggi di sole beatificanti che sbucano da una nuvola ma un ponte costruito dall’uomo.

La rapsodia lussureggiante di immagini e voci è allora flusso scaturito da una sola coscienza, quella di Jack, che fa del ricordo privato cosmogonia universale, rievocazione proustiana di un coming-of-age di abbacinante e struggente ma anche segreta visionarietà, tormentato tra le vie incarnate nel padre e nella madre (un Brad Pitt eccellente, una Jessica Chastain di grazia preraffaellita: splendido ed eloquente il momento della morsa-abbraccio tra i due dopo una violenta lite) in inesausta ricerca di un’armonia: à la recherche de l’arbre et du temps perdus. Un Grande Romanzo Americano deflagrato in sinfonia impressionista e sinestetica fatta di tanti piccoli momenti che racchiudono l’eternità, intessuto di un panteismo fervido e fragile: il rabdomante Malick rintraccia nell’umano il mito, nel freudiano il geologico, nell’intimista l’universo. Visione riplasmante: il mondo e il cinema, come se li vedessimo per la prima volta.
[già pubblicato su Gli Spietati, secondo pezzo]
io Malick all'inizio diciamo 'non lo capivo'… semplicemente mi annoiava… ultimamente ho rivisto i suoi film, concludendo con tree of life… è un autore radicale come giustamente dici tu, ma che abbia del genio autentico mi sembra indubbio… è inutile chiedergli quello che nn può darti… quello che ti da è più che sufficiente… una visione del cinema unica che ricerca costantemente il sublime e il più delle volte lo raggiunge con la massima naturalezza… cinema poetico, magico, musicale… vengono in mente gli aggettivi più semplici, è la Vita in fondo… tree of life: la sequenza della genesi è davvero impressionante… fotografata DIVINAMENTE (cioè con Malick si è abituati più che bene ma sono rimasto sbalordito)… il segmento principale dopo un pò mi ha stancato, ma forse perché mi aspettavo qualcosa di simile a new world mentre qui è la poesia dell'infanzia e delle piccole cose perfettamente ricreata (il mondo attorno alla propria casa come pieno di infinite sorprese)… non vedo l'ora di rivederlo cmq, al cinema perché quei cinque dieci minuti mozzafiato vanno visti lì… scusa la lungaggine…
insomma sono l'unica a cui il film ha detto poco e niente.
MissPascal
@daidalos: Solo cinque/dieci minuti mozzafiato? Solo?
@MissP.: Se mi avessi detto che non ti è fatto piaciuto e che l'hai trovato anche "brutto" ti avrei risposto che no, non sei affatto l'unica. Ma formulata così (un film che ti dice poco e niente), ecco, ammetto che il tuo parere un po' mi spiazza.
Mi sono incantata a vedere nei titoli di coda che le persone che hanno creato le immagini ad 'astrophysical level' formano un gruppo separato e distinto da quelli delle immagini a 'microbial level' (non ho fatto in tempo a confrontare i nomi, però).
Nella perfezione di ogni minimo particolare della vita quotidiana, strideva solo la banalità scorante del corpo della madre. Una madre così resterebbe impressa a quel modo anche con venti chili in più e colori meno celtici, è emozionante perché è la madre, non perché è appena uscita da una foto di David Hamilton.
Intendevo, la parte della Genesi, vederla sul piccolo schermo perderà l'80 della potenza…
Daidalos
in effetti questo è un film che potrebbe avvicinarmi al fanatismo, cioè quella posizione per cui un'idea non aderente alla propria risulta irragionevole. non riesco a comprendere come non si possa riconoscere a questo malick la bellezza che si dovrebbe essere entusiasti di trovare al cinema. posso capire (ma non condivido affatto) le perplessità verso il tema e la costruzione, ma non capisco come si possa non avvertire l'incanto. vabbe', queste posizioni intransigenti per fortuna (o purtroppo) non s'impossessano di me troppo spesso.
poi, bella la recensione, che te lo dico a fare.
Bette, della madre io non ho mai notato il corpo (tutt'al più il collo) ma sempre il viso.
Daidalos, poco ma sicuro. Io l'ho visto su uno schermo molto grande e mi rendevo conto durante la visione di quando possa perdere su dimensioni ridotte.
Iosif, ti capisco benissimo. Come dicevo giusto ieri a un amico che non l'ha ancora visto, secondo me le uniche vere obiezioni a questo film possono essere solo di natura ideologica. Brutalmente, anche togliendo ciò che visivamente può risultare "discutibile" (rigorosamente tra virgolette) e non per tutti i gusti (la creazione, il finale), ciò che rimane, cioè tutto ciò che gira attorno al piccolo Jack e agli O'Brien ovvero un buon settanta per cento del film, è secondo me di una bellezza clamorosamente oggettiva.
Credo che i detrattori finiscano per disconoscere anche la "bellezza clamorosamente oggettiva" (che condivido) proprio in funzione di quelle parti (apparentemente) più ostiche perchè meno direttamente narrative o comunque non tradizionalmente narrative.
Noodles
allora, io che sono detrattrice vorrei dire che a me l'inizio-quark e il finale-spiaggia-anime-mare pulito non sono piaciute perché li ho trovati goffi ed imbarazzanti, nonché falliti, tentativi di farsi sintesi filosofica della parte centrale. il problema non è che sono antinarrativi, ma che sono inutili. molto antinarrativa è anche la parte centrale, e ammetto senza problemi che starei per ore in giardino con gli o'brien, dentro a quelle immagini così atipiche e subliminali, ma non posso sottrarre nemmeno questa dalla sensazione di inconcludenza ed inconsistenza del film. mi piacerebbe molto essere su posizioni "ideologiche" opposte o lontane a quelle di malick, perché significherebbe che ho ravvisato in tree of life delle posizioni ideologiche, delle cose dette, e non aria fritta. rarefatta e purissima, ma fritta. scusate il livore, l'obiettivo era solo quello di spiegarmi.
MissPascal
Grande film sul mistero della vita, della nascita, su quanto sia straordinario l'essere umano. Visivamente poi la pellicola è suggestiva, senza un'inquadratura che non sia un piacere per gli occhi, con un montaggio e un uso delle musiche che ne esaltano la poesia ed il lirismo.
[...] THE TREE OF LIFE di Terrence [...]
[...] diversissimi, soprattutto per quel che riguarda la dimensione spazio-temporale coperta: un poema visivo smisurato che volteggia tra il Big Bang, una famiglia americana degli anni ’50 e [...]
Nel paragrafo sulla spiritualità e la religione, a mio avviso, il succo di molti dei discorsi fatti su questo film. Sono d’accordo su quello che dici ma, da persona che cammina e studia in questi territori sottili e personali ma non certo privi di possibilità di scambi e crescita reciproca, ho una percezione meno drastica rispetto al fatto che ci sia un interesse (e una sorprendente capacità di espressione) verso queste dimensioni. Un interesse che è pure produttivo-cinematografico, basti pensare a tutti questi film alcuni da top ten al botteghino, Malick, gli ultimi due Von Trier, Enter the Void, tanto per citare tutte opere importanti, bellissime. Segno di tempi che cambiano, di sicurezze materiali sempre meno evidenti e scontate?