
HABEMUS PAPAM di Nanni Moretti
Com’era prevedibile, tante parole sono state spese per il ritorno al cinema di Nanni Moretti a cinque anni dal profetico “Il caimano”. E altrettante, scommetto, se ne spenderanno al momento del suo passaggio a Cannes, sia che torni vincitore di qualche premio sia che rientri a mani vuote. Interpretazioni su interpretazioni, alcune illuminanti (la lettura “onirica” suggerita da Gervasini sulle pagine di Film TV), altre viziate da pregiudizi ideologici, altre ancora stagnanti nell’incertezza della valutazione. Sembra quasi che “Habemus papam”, più degli altri film di Moretti, benché probabilmente non del tutto compiuto da un punto vista della mera economia di racconto (un po’ irrisolto il senso del personaggio della Buy e forse non perfettamente calibrate le alternanze tra segmenti narrativi dentro e fuori le mura), goda di quella particolare grazia che rende un film stratificato senza pesantezze, dunque passibile di diverse interpretazioni, oggetto di svariati raccordi che sono cinematografici e non. Opera densa allora – stavo quasi per scrivere operetta e non mi sembra un termine sbagliato – di una densità preziosa e da digerire nel tempo ancorché giocata in apparente ed elegante leggerezza, una leggiadria geometrica e quasi deoliveiriana (Michel Piccoli, immenso, sembra proprio riprendere in vesti cardinalizie il personaggio interpretato in uno dei capolavori del maestro lusitano, “Ritorno a casa”). Quasi il film stesso, come il suo protagonista, volesse abdicare alle responsabilità soprattutto politiche che il pubblico vorrà imporgli per cercarne di più private, “Habemus papam” appare anche come l’opera di Moretti dai toni più commossi, fin compassionevoli, pur non essendo mai conciliante: il suo stesso ruolo di psicoanalista imprigionato nel conclave, malgrado l’ineludibile narcisismo, finisce per non essere preponderante ma via via assorbito come gli altri compagni porporati di reclusione (un delizioso parterre di caratteristi) in un’atmosfera di attesa inquieta che laicamente abbraccia atei e credenti di fronte all’assenza dell’illusione di una guida.

Ancora una volta non è tempo per le commedie: “Habemus papam” si sottrae (abdica, anche qui) alle etichette di genere nonostante si rida abbastanza e di gusto. La commedia con apici di piena comicità è reclusa tra le mura del Vaticano, in stanze sulle cui tende soffia l’alito di uno Spiritoso Santo e nei cui spazi si accennano teneri scampoli musical sulle note di Mercedes Sosa, soggetta a una regressione quasi infantile e incentrata sulla ricerca di rassicuranti schemi interpretativi che, sfiorando l’insensatezza terribile della selezione darwiniana e adagiandosi su una teoria di tranquillanti di ogni tipo, sembra quasi sublimarsi nell’ennesima variazione del topos sportivo morettiano, qui l’elaborazione di un torneo di pallavolo a gironi di eliminazione (insolito ma efficace l’uso del ralenti che ironicamente non esalta la tonicità muscolare degli improvvisati atleti ma ne prolunga l’esultanza ritrovata dell’agone bambinesco in ricerca dell’approvazione paterna). Fuori, dove brulica la vita vera, in una Roma quotidiana e distratta fotografata con sensibilità serale, si svolge in parallelo non la tragedia (impossibile anche questa) ma il dramma, sia pur narrato con accenti lievi e pudichi: la malinconia girovaga del Papa in incognito, potente che si sveste dei panni dei potenti, anziano assalito dai ricordi, cittadino smarrito alla ricerca di una identità più vera, di un ruolo più conforme al suo intimo sentire. Un mistero buffo osservato con sguardo spiritualmente laico che trova nel teatro cechoviano lo strumento per dare voce al rimpianto per una vita non vissuta ma che si trasforma però in costruttiva presa di coscienza di un sipario strappato. La sequenza bellocchiana del recupero del pontefice a teatro (quel Bellocchio che ha portato al cinema proprio la pièce in scena, “Il gabbiano”, e che anche nel suo ultimo bellissimo “Sorelle mai” fa ricorso all’autore russo) sigla lo svelamento delle illusioni in un rispecchiarsi e rovesciarsi di ruoli e interpreti.

In un’epoca di presunte certezze ritrovate urlate ai quattro venti e di crociate contro il “relativismo culturale” (quanto odio quest’espressione) lo sfondo nero che inghiotte il cardinale sgomento dopo l’urlo di panico dell’eletto ci riconsegna alla ricerca di una responsabilità morale che è individuale prima ancora che collettiva, esistenziale prima ancora che politica (e proprio per questo forse ancor più politica). Nanni Moretti ha deciso di raccontarlo in forma di apologo lieve ma scombussolante in cui il “morettismo” stesso sembra decantato in una perplessa maturità alle prese col turbamento di fronte al vuoto di potere (vero e proprio horror vacui) e allo scandalo annichilente del dubbio. L’ultima perentoria sequenza è un nuovo set teatrale, en plein air, con l’attore principale che si mostra finalmente nudo e getta la maschera, rifiutando per consapevole inadeguatezza e non per paura o protesta (quanta grandezza e quanta dignità in quel “che vergogna” sussurrato da Melville in auto) la parte che altri, o un Altro, hanno scritto per lui e preparandosi a interpretarne una più autentica e in linea con le sue capacità, prima che sia troppo tardi. La stessa scena, con i fedeli esterrefatti nel margine basso del quadro, i cardinali angosciati affacciati ai balconi laterali e il papa al centro, per un attimo ai miei occhi è apparsa come un tableau vivant riveduto e corretto di nuovo Giudizio Universale, terreno, prosaico, senza condanne né premi, invaso da un senso di responsabilità portato fino alle estreme conseguenze, sconcertante eppur salutare, paradossale santificazione della fallibilità umana da cui ripartire se vogliamo davvero guidare ed essere guidati.
Immagini mai così astratte, nella rutilante Roma vaticana.
Storia così politica, smagliante, mai tanto politica dai tempi della pallanuoto.
A me sono venute in mente due cose.
1-Piccoli che scappa dal Vaticano èuna sorta di Siidharta che scappa del castello per scoprire com'è veramente il mondo.
2-E' un film in cui tutti sono "attori" e quindi "bugiardi". La Buy mente ai figli, il giornalista in televisione ammette "sto improvvisando", la guardia svizzera interpreat il papa… Piccolì è l'unico che rifiuta di interpretare una "parte" e dice la verità…
Un film "leggero" come un alito di vento ma allo stesso tempo pesante come un macigno.
@Bette: se proprio dovessimo fare il giochino di collocare "Habemus Papam" nel sistema filmografico morettiano sarebbe di sicuro a metà strada tra "La messa è finita" e "Palombella rossa" (ma più tendente verso quest'ultimo) con il finale apocalittico de "Il caimano" ripreso qui però in segno opposto.
@C.: Appunto, questo film ha il pregio di far venire in mente molte cose. Mica poco.
Mi fa piacere si citi qui Palombella rossa, perché è il riferimento che è venuto subito in mente a me, ma non è che lo abbia letto da molte parti, almeno come riflessione/specchio sul/nel film.
Eppure senza Palombella rossa, Habemus Papam sarebbe un frammento di una riflessione più ampia, sarebbe una conclusione senza la premessa.
In Palombella rossa (che io ritengo comunque superiore, ma questo ha poca importanza) il dirigente comunista è smarrito, non sa che strada prendere (siamo uguali ma siamo diversi) e sbaglia un rigore (prevedibilità del gesto, rimarcata dal portiere – "Michele, ma se tu guardi a destra, poi io lo so che tiri a sinistra").
In Habemus Papam abbiamo una identica ricerca, chiusa però con una consapevolezza autentica che viene da una enorme fede. In se stessi oltre che in Dio.
Melville capisce qual è il suo posto nel mondo, sposa perfettamente la parabola dei talenti che ci ricorda che dobbiamo dare e fare in base a quello che abbiamo ricevuto, cosapevoli che se un altro ha ricevuto di più, spetta a lui stare in alto.
Dio si sbaglia quando assegna le parti? Forse. O forse chiede agli uomini di aiutarlo.
Più rifletto su questo film, più mi rendo conto di quanto sia "spirituale", di quanto l'Avvenire si sia sbagliato nel liquidarlo sbrigativamente.
L'uomo di fede (una fede che nel film non è mai messa in discussione) vince sull'uomo di ragione.
Non vorrei volare tanto in alto, ma mi pare che il film tenti di sintetizzare quell'abbraccio tra fides et ratio, su cui si specula, si ragiona da molti anni.
Tutto il resto (le battutine spuntate sul Vaticano) è funzionale a mettere in risalto l'assunto.
Qui sopra è stato fatto un interessante e suggestivo discorso sugli attori, sulle parti. Io aggiungerei che quello che "recita" meglio è proprio colui che rifiuta il copione e "improvvisa".
Alla scoperta di sé al di là del ruolo che gli impone la società. E questo, se si vuole è il suggerimento laico della pellicola.
Perdonate la lunghezza.
Bellissima analisi sulla quale concordo totalmente, sia quando si accennano i lievi difetti (personaggio della Buy su tutto), sia quando si sonda la grande mole di riflessioni e considerazioni che il film suscita. Souffle, altro che perdonate la lunghezza, pure il tuo commento è stato molto "illuminante".
Ti ringrazio, Alessandra, e hai ragione: Souffle non va perdonato ma elogiato per i suoi commenti sempre ricchi e arricchenti pur (soprattutto?) negli spunti provocatori.
ciao,
siccome non trovo una mail te lo chiedo qui:
dato che ho visto il tuo voto su CBlgrsCnnctn ai Dardenne, hai voglia di scriverne due righe? l'ho visto ieri sera ed ero curioso di sapere che ne pensassi.
grazie,
mm1.
Per dirti il mio livello di rincoglionimento, ho impiegato cinque minuti buoni per decifrare il codice fiscale della Connection.
Sì che ho voglia di scriverne due righe e probabilmente le scriverò (ma proprio due) ma non so ancora quando. Ad ogni modo i Dardenne sono dei grandi, per anticiparla in modo "gggiovane".
Grazie dell'interessamento, spero di accontentarti al più presto.
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