“Il tempo ci sfugge” dice un’invecchiata Mattie Ross a conclusione dell’ultimo film dei Coen. Appunto. A parte l’ultimo bellissimo lavoro di Bellocchio (beati gli Spietati che mi costringono a scrivere), da “Black Swan” in poi film se ne sono visti eccome, ed alcuni davvero notevoli, ma nulla ho commentato, per l’appunto travolto dal tempo che (s)fugge senza che gli opponga resistenza alcuna, armandomi al massimo della mia solita pigrizia. Se il tempo è tiranno, io sono il suo suddito più supino, incapace di andargli contro.
Cerco di rimediare in extremis riportando qui brevissime annotazioni strappate al posticino che mi sono ritagliato nell’immenso edificio costruito da Zuckerberg dove spesso mi accomodo e mi appisolo, irrobustite tutt’al più da qualche minima aggiunta.

IL GRINTA – TRUE GRIT di Joel & Ethan Coen
Cavalcarono insieme. E ognuno sparì da solo.
Nella notte del cacciatore senza più preda, sotto stelle splendenti e gelide.
Osannato in patria, accolto con un rispetto decisamente più moderato in Europa corredato delle (solite) accuse di manierismo e freddezza, “Il grinta” coeniano, se proprio devo dirla tutta, a me è sembrato a momenti perfino superiore al celebratissimo “Non è un paese per vecchi”, i due registi realizzando un’operazione di sottilissimo e raffinatissimo equilibrio sul genere western: non lo demitizzano, non lo sottopongono a scardinamento post-moderno, non ne ripropongono la classicità ma tutte queste tre cose assieme. E lo filtrano nella soggettiva crepuscolare (quando non vagamente mortifera) del racconto di una donna matura, mutilata e nubile, che rievoca il suo spirito indomito e il suo guardo ancora fiducioso di ragazzina sulle cose del mondo (il film andrebbe riletto alla luce del bellissimo finale). I Coen posano una lapide su tutto un mondo, non solo cinematografico, eppure realizzano un gustoso film d'avventura duro e puro, scontentando i fan “lebowskiani” che si aspettavano bizzarrie a tutto spiano e non accentuando i toni umoristici (ben più presenti nell’omonimo film di Hathaway del 1969, che ho visto secoli fa e che ricordo solo, ma potrei sbagliarmi, come un monumento un po’ pachidermico e dall'ironia mai del tutto a fuoco costruito attorno a John Wayne: qui il Cogburn alcolizzato di Jeff Bridges che non riesce più a scendere da cavallo con scioltezza non fa più ridere, non è più buffo, è solo un po' imbarazzante).

I due fratelli mettono così in scena un romanzo d’iniziazione picaresco le cui azioni sono però continuamente ombreggiate da un divorante senso di inanità, mentre la giustizia, declinata nella triplice prospettiva del trio protagonista (il brutale e pragmatico individualismo pionieristico di Cogburn, l’idealismo repubblicano del ranger LaBoeuf, l’ingenua caparbietà protestante di Mattie), corrosa dal denaro nel suo senso più privato (le estenuanti trattative della ragazzina), deve fare i conti con un Male sproporzionato (la risibile caratura del villain Tom Chaney) la cui punizione non innesca alcun reale risarcimento, ancor più morale, e proprio per questo risulta ancor più sfuggente e fatica a farsi fondamento di civiltà, sfumando nello spettacolo da baraccone e in un desolante sentimento di assenza e perdita. Visivamente mozzafiato, “Il Grinta” ha in Roger Deakins, autore della superba fotografia, il suo effettivo terzo regista. Gliene sia dato atto.

127 ORE di Danny Boyle
Pur con un braccio incastrato (non il suo), Boyle non rinuncia al giro in ottovolante, affascinato dall’ipertrofia visivo-tecnologica, realizzando la versione for dummies e post-MTV di “Into the wild” di Sean Penn. Tra le diverse cialtronate che tentano di dare corpo ma non anima (figurarsi una dimensione morale) a un’idea di cinema ipercinetica che affronta da centometrista anche il flusso di coscienza, la soggettiva dell’acqua della borraccia bissa per virtuosismo inutile ed esibizionista quello della testa mozzata in “Apocalypto”, il ruffianissimo ricorso finale alle note in crescendo di “Festival” dei Sigur Rós è da denuncia, la didascalia conclusiva che dovrebbe, credo, suonare teneramente ironica mi sembra solo platealmente ridicola (per tacere del penoso faccia a faccia tra il protagonista e il suo omologo reale). Estetica Gatorade che polverizza ogni problematicità: non sia mai che si rischi di percepire davvero il vuoto, la solitudine, l'insensatezza. Se non siamo ai livelli dell’aberrante “The millionaire” è grazie al buon James Franco e al suo strenuo one-man-show. È Boyle a dover ringraziare lui e non il contrario.

THE FIGHTER di David O. Russell
Indossare i guantoni soprattutto nel tinello di casa.
Con buona pace degli Oscar vinti (e comunque meritati) dagli attori non protagonisti, credo che proprio sull'interpretazione di Mark Wahlberg si regga il bizzarro equilibrio di questo film apparentemente risaputo. La sua prova trattenuta e muscolarmente contratta, atta a nascondere la fragilità interiore del personaggio (anche la sua tecnica di lotta è improntata all’incassare colpi di continuo al fine di stancare l’avversario e tramutare la resistenza in vittoria), è il terreno nel quale si fondono il rodatissimo filone pugilistico e una dramedy antropologica (dalle sfumature quasi cassavetesiane) incentrata su un matriarcato aggressivo e opprimente, il ritratto della provincia operaia white trash e il sogno americano della rivalsa e della seconda occasione. Sostando presso il suo corpo e il suo volto, dimessi e schivi, trovano temporanea pace l’istrionismo dal gran mestiere di Bale e della Leo (un gigioneggiare che è però aderente al reale) e le sfumature dolenti della stropicciata ma pugnace e sempre bravissima Amy Adams mentre nel frattempo i meccanismi del percorso di riscatto e riconciliazione sono attraversati da un dubitare serpeggiante. Lo conferma l’ultimissima inquadratura, con lo sguardo interrogativo e vagamente perplesso di Wahlberg, lasciato solo di fronte alla telecamera, a gettare un’ombra sulla solidità del trionfo e sull’armonia familiare ritrovata. Che “The fighter” sia un film meno scontato di come appaia lo conferma infine anche il fatto che la scazzottata più memorabile non si svolga su un ring ma in un portico di casa, tra sole donne.

I RAGAZZI STANNO BENE di Lisa Cholodenko
Curare il proprio giardino è impresa delicata. Figurarsi quello altrui.
Devo confessarlo: mi aspettavo molto di meno e invece è stata una piacevole sorpresa. Sceneggiatura polifonica intelligentemente dosata che rende naturali anche le sottolineature (il padre biologico ha un ristorante biologico) e che riesce ad essere quietamente "politica" (a questo proposito condivido larghissima parte di quanto scritto qui), gara di bravura tra le due affiatatissime attrici protagoniste (splendide cinquantenni) col resto dell’ottimo cast che non sta certo a guardare. Una commedia che non ha bisogno di "trasgressioni" ma che anzi fa della propria "convenzionalità" un punto di forza. Perché le famiglie, etero o omoparentali, sono sempre lo stesso intrico di affetti, rapporti di forza e ricatti emotivi e non è mai una passeggiata tenerle unite.
"The youth is starting to change".

LA DONNA CHE CANTA di Denis Villeneuve
Lettera a tre figli. E a un padre.
Matematica familiare violentata da una Storia atroce (in un Medio Oriente simbolico e reale) e ricomposta nella dolorosa equazione di una tragedia "greca" di lancinante intensità e catartico controllo. Sofocle cosparso di benzina e surriscaldato dal fanatismo religioso, formalismo incandescente, mélo incendiato e incendiario. “Incendies”, come recita il bel titolo originale, tratto da una pièce di Wajdi Mouawad, è forse troppo intenso, troppo pieno, troppo mélo. Ma il "troppo" viene impaginato con un rigore che rifugge qualsiasi esibizionismo per scavarne il cuore. Una delle sorprese di questa stagione cinematografica (sorpresa fino a un certo punto per chi come il sottoscritto aveva visto del regista anche l’opera precedente, il notevole “Polytechnique”), peccato se ne siano accorti in pochi. La sequenza iniziale sulle note di “You and whose army?” dei Radiohead è uno degli incipit più belli dell’anno.
In merito a Boyle, a volte mi sento quasi in colpa se penso che ho gradito Sunshine.
Piaciuto molto Incendies. La sceneggiatura si ingolfa qua e là (soprattutto all'inizio) ma il soggetto è forte abbastanza da reggere passaggi non proprio scorrevoli. Piuttosto ti (vi) vorrei chiedere un parere su come è gestita la cronologia del film: io sono uscito dal film un po' scettico, e ho appurato su internet che non sono il solo.
Antonello
Ti si aspettava.
che bello quel che scrivi sul GRINTA, bravo michele
non trovi che il personaggio di ruffalo in I RAGAZZI sia il piu simpatico perssonaggio maschile degli ultimi anni?
con danny boyle sei stato anche troppo buono
sorelle mai, grazie di averne parlato bene volevo quasi saltarlo
del film libanese abbiamo gia scambiato idee contrarstanti su fb
alp
Potrai immaginare le mie discussioni con quelli che "True Grit sta in piedi perché c'è Jeff Bridges", quando il film è costruito in vista dell'inquadratura finale e della narrazione di Mattie, come giustamente dici tu. C'è gente che non sa riconoscere un grandissimo personaggio femminile neanche quando gli si presenta davanti con tutta quell'autorità.
(Boyle è un cialtrone anche a teatro, ora posso confermare).
E' sempre un piacere passare di qui.
Irene
Coi Coen ancora non son riuscito a conciliarmi, e non perché non mi sia piaciuto il film, ma forse quelle tre operazioni-colonne che ben hai descritto, volutamente contraddittorie, mi hanno un po' allontanato dalla ricezione del film. Non saprei muovergli delle vere critiche, eppure non m'ha convinto.
Su Boyle sottoscrivo tutto. Recensione-sintesi perfetta.
ecco, no, gli oscar di The fighter non li condivido. Urlati, facili, tenevano scritto datemi-l'oscar in faccia a caratteri cubitali. Bale ha fatto di meglio. Qui è bravissimo, ma anche "troppo bravo", al punto di mangiarsi il personaggio. Quello della Leo, che adoro, invece sembra una macchietta. Una specie di freccia avvelenata senza una vera caratterizzazione a supportarla.
Noodles
@Antonello: Non sei il solo, anch'io ho gradito "Sunshine" (e anch'io comincio quasi a sentirmi in colpa). Quanto a "Incendies/La donna che canta", sì c'è qualcosa che non torna del tutto nella cronologia (per non spoilerare troppo, nelle concordanze anagrafiche dei familiari) ma la narrazione credo rifugga volutamente dall'ossequio alla verosimiglianza per puntare alla sostanza tragica e tragicamente senza età.
@Pick: Ti ringrazio della fiducia però mi sono fatto attendere troppo. Non si fa così. (a proposito, potresti aggiornare con il mio link il voto sulla Connection?)
@alp: Non so se sia proprio il più simpatico personaggio maschile degli ultimi anni ma è certo che è un personaggio scritto dannatamente bene e dannatamente bene reso da Mark Ruffalo. E soprattutto molto simpatico senza risultare mai ruffiano.
@Irene: è sempre un piacere per me vederti passare di qui (immaginavo quel "Frankenstein" teatrale di Boyle fosse tutto fumo e niente o poco arrosto)
@Noodles: Sì, le interpretazioni di Melissa Leo e Christian Bale forse sono un po' acchiappa-Oscar ma il loro è anche un gigioneggiare che è parte integrante dei personaggi interpretati, una recitazione anche "urlata" (ma con carattere) che qui non mi disturba e mi convince integrata com'è col resto del cast. Ecco, "The fighter" mi pare tragga molta forza non dalle singole prestazioni ma proprio dal lavoro collettivo dell'intero cast e dalle linee di forza (e di rottura) che in esso si disegnano. Per questo sostanzialmente sono d'accordo con la loro vittoria anche se io, quest'anno, fossi stato l'Academy avrei fatto scelte paradossalmente più conservatrici preferendo a loro Geoffrey Rush e Helena Bonham Carter per "Il discorso del re".
un altro pregio di I ragazzi stanno bene è quello di proporre una coppia lesbica over 40 (niente ragazzine per il sollazzo maschile) senza nessun interesse per una visione erotica maschile del lesbismo.
Il personaggio adulto maschile del film ha una importante funzione narrativa, quella di ribadire la sua inutilità nel mondo parentale costruito da quella coppia. E viene messo letteralmente alla porta. Ecco all'interno di una cornice tradizionale si sparano con decisione cose come "ci sono famiglia che crescono bene, pur con tutti i problemi comuni alle famiglia, anche senza un uomo in casa". Se, in minima parte, questa diversità sulle cose del mondo è arrivata, la regista può essere contenta.
Un giorno si dovrà parlare delle figure femminili nei film dei Coen. Anche in questo film, come ad esempio in Fargo, forse, abbagliati dal "protagonista" si trascura il personaggio femminile, da te giustamente messo al centro della visione del film.
In Fargo, la scena in cui la moglie poliziotta – vera protagonista del film – e il marito dolce illustratore sfigato a letto si raccontano la giornata è un saggio sull'altruismo femminile, sulla capacità delle donne di fare un passo indietro per non distruggere la fragilità degli uomini, sulla loro consapevolezza di essere forti e determinate e vincenti e sulla necessità di non ricordarlo al compagno (di letto o di avventure tra i boschi) per non incrinare un faticoso equilibrio che solo la sensibilità femminile riesce, sa e vuole costruire.
E' sempre cosa gradita essere qui, di passaggio.
Piaciuto molto the kids are all right. Un esempio di famiglia alternativa condito da dialoghi intelligenti, valori ben saldi e sano umorismo. Una boccata d’aria fresca.
Pur non essendo interessata all’argomento pugilato, the fighter mi ha coinvolto dall’inizio alla fine. La boxe, in fondo, è il pretesto per tracciare il ritratto della società americana. La scena della scazzottata sotto casa tra sorelle, con quelle acconciature da sottoproletariato anni ottanta, è davvero notevole.
giulia b.
@Souffle: Verissimo quel che dici a proposito del film della Cholodenko. Ed è quello che volevo sottindere nel mio brevissimo "splendide cinquantenni". Abbastanza acuto a questo proposito (oltre che genuinamente divertente, un divertimento privo di morbosità) il momento in cui le due donne ricorrono per il proprio piacere a un porno gay (spiegandone successivamente, per forza di cose, l'utilizzo) rifiutando l'immaginario lesbo plastificato e eterodiretto. I fanatici lebowskiani, ecco lo dico, secondo me sconoscono il ruolo della donna nel cinema dei Coen.
@Giulia: Grazie mille. Se puoi, recupera "La donna che canta". Sarei curioso di sapere che ne pensi (e credo potrebbe piacerti molto).
Kids – A parte l'ambientazione così borghese e convenzionale – tendenza californiana, ovviamente – che pareva di essere di nuovo ne Il padre della sposa, ma proprio nessuno ha provato il minimo desiderio di un barlume di autoironia, o perlomeno una riduzione a livelli tollerabili del prendersi sul serio (di storia, personaggi, regista ecc.)?
Salvo solo il momento in cui Jules soccombe al richiamo del tabagismo. Ma già alla seconda sigaretta si ripente.
Che melassa!
Bette, invece è proprio questo che mi ha sorpreso, l'assenza di qualsiasi melassa e la riproposizione delle piccole crudeltà insite nell'istituto-famiglia, l'ironia che non necessariamente deve essere un simpatico e ruffianello "non prendersi sul serio" (perché non dovrebbero? perché è una commedia? perché sono lesbiche?) (che poi secondo me l'autoironia c'è, vedi lo sguardo dei figli nelle riunioni conviviali), l'ambientazione borghese e convenzionale che diventa funzionale a un discorso anche politico.
Perché prendendosi così sul serio spalancano senza fallo – no joke intended – la voragine del ridicolo (e la sessualità delle coniugi non c'entra, tengo a chiarire).
Guardando questo film ho avuto conferma di una sconsolante prospettiva che – nella mia esperienza personale – si è aperta con la visione di Million dollar baby. Il cinema statunitense ci riproporrà nei prossimi decenni tutte storie viste e straviste, sostituendo ai protagonisti – diciamo per semplicità bianchi eterosessuali – tutte le altre possibili combinazioni di genere, colore della pelle, orientamento sessuale. Secondo me: una noia infinita.
Più post delle 3.37.
Perché sottolinei spesso la tua pigrizia? Già tanto lo sappiamo.
Ho visto solo the fighter. E sottolineo anche la prova di un bale claudicante che si lancia dalla finestra del proprio disadattato background.
Jltz
Rush l'avrebbe meritato sicuramente, anche se Il discorso del re – per quanto molto bello – ha rubato come al solito gli Oscar ai veri colossi.
Intnto ho visto anche The kids are all right… pur nella bella confezione generale, mi sembra un film un po' "telefonato" e paraculo. Ciò non toglie che sia godibilissimo, ma secondo me è un po' un'occasione mancata.
Noodles
accordo in crescendo per i primi tre film, che sono quelli che ho visto.
riguardo il grinta, trovo molto bello il richiamo a the night of the hunter: quello per me il momento migliore. per il resto, credo anche io si tratti di un west non demitizzato, ma mi sembra che l'anima classica sia preponderante e il finale m'è parso un po' incastrato lì, non ne avrò avvertito il valore.
d'accordo su boyle. probabilmente m'ha irritato meno che a te, ma è verissimo che in un film così non lasciar "percepire il vuoto, la solitudine, l'insensatezza" probabilmente significa aver scelto di girare il film sbagliato. mi accodo su sunshine, che per me è il suo migliore.
su the fighter, anche a me whalberg è sembrato essenziale, con la sua performance, per la riuscita e l'equilibrio del film.
@Bette: La chair est triste, hélas! et j'ai lu tous les livres.
@Jltz (?): Non la sottolineo la mia pigrizia A VOI, la sottolineo A ME STESSO. Tipo nodo al fazzoletto (che non scioglierò mai).
@Noodles: Ecco, se c'è una cosa in particolare che temevo "The kids are all right" fosse è proprio paraculo. Secondo me lo è pochissimo.
@iosif: Più penso al film di Boyle, più lo dimentico.
ma lo sai che a me La donna che canta "non è punto piaciuto", come direbbe il Contenebbia? ma proprio a partire dalla prima presuntuosina scena. doveva succedere, UdP, che discordassimo su almeno un film, prima o poi!
zao,
Miss PascaL
Sì che lo sapevo, avevo visto il tuo voto sulla Connection. Una discordanza di pareri che secondo me ci porterà ad amarci di più.
Che sintesi perfetta del film di Boyle!
Felice di essermi imbattuto nel tuo blog, che vado a mettere tra i miei preferiti…Se vuoi ricambiare/fare un salto, ne sarei onorato.
Emmeggì
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