A SWAN IS BORN

IL CIGNO NERO – BLACK SWAN di Darren Aronofsky

Le scarpette rosse di Powell e Pressburger sono distese sul lettino ginecologico dei cronenberghiani fratelli Mantle. Nell’appartamento fitto di ombre polanskiane il rapporto tra madre e figlia si veste di orrore barocco depalmiano. Dalla pelle scheggiata di “Black Swan” fuoriescono piume nere di altri cinema, altre visioni ma il corpo rimane quello del cinema di Aronofsky, dissonante, impudico, squassante, scaraventato in una vertigine di superfici riflettenti. Il wrestler si guarda allo specchio e vede una ballerina in tutù, l’ariete si scopre cigno. E viceversa, la grazia mirandosi nel muscolare, il candore epidermico nel fisico devastato, la purezza nella perdizione, il palco teatrale nel ring pugilistico. Ma la carne non mente: le ossa scricchiolano, la pelle si lacera, le unghie si spezzano, lo stomaco rigetta (rivelatorio il sound design). Il corpo ha le sue ragioni che la ragione non conosce ancora. A mancare a Nina non è tanto la consapevolezza fisica del suo corpo non più adolescente quanto l’immagine mentale di sé, un’immagine integra che ne riassuma le dicotomie e al corpo stesso la connetta (al suo posto c’è un’immagine scissa e frantumata che la spia, la schernisce, la provoca, non la riflette), ed è in questa lacerazione (frutto della repressione sessuale di origine materna, quella madre che ne sequestra l’immagine in mille ritratti) che ha sede il suo cuore tragico e autolesionista. Forgiata nella brutalità sensuale della disciplina artistica, la fusione tanto attesa tra corpo e mente, forma e sostanza di sé può avvenire solo nell’attimo eterno della performance. Ma l’istinto richiede il suo obolo: la perfezione è una conquista che gronda lacrime e sangue.


Melodramma delirante, musical psicotico, horror minnelliano. Aronofsky impernia il suo film sul corpo e la psiche della sua protagonista (grandioso tour de force della Portman), ne sviscera fino alle estreme conseguenze la tormentosa metamorfosi, la ossessiona e se ne fa ossessionare, in un flusso impetuoso di semi-soggettive allucinate e visionarietà carnale, camera a mano ed effetti digitali. L’eccesso diventa forma sontuosa e sontuosamente autodivorante, il kitsch sventato per robustezza di stile: tutti gli archetipi e gli smaccati simboli in scena (il Bene/il Male, la vergine/la femme fatale, Odette/Odile, l’umanità/la bestialità, eros/thanatos) vengono violentati e caricati fino al punto di rottura, alla polverizzazione, alla perdita di ogni pesantezza espositiva, scanditi dalle note avvolgenti di Čajkovskij reinterpretate da Clint Mansell, incastonati in un crescendo crudele non esente da punte affilate di umor nero (la grande macchia in stile Rorschach appesa in casa del coreografo; il vecchio lascivo in metropolitana; l’uso misuratamente perfido di Winona Ryder, stella opaca e digrignante in ritiro coatto), bianco e nero fondendosi in una dominante grigia cementizia, soffocante, sepolcrale che la fotografia del sodale Matthew Libatique accende con staffilate di colore violento nell’ultimo travolgente quarto d’ora, saggio di regia furiosa che abbraccia vorticosamente palco e quinte, allucinazioni e rappresentazione. La stanza da bambina affonda per sempre nelle torbide acque del lago dei cigni, la ballerina meccanica smette di girare su se stessa incastrata nel carcere del carillon, lo specchio si frantuma e libera l’immagine che ne era prigioniera. Al piacere masturbatorio, soffocato e autocontrollato, si sostituisce il coito liberatorio e consapevole col pubblico al quale Nina si concede in tutta la sua doppia interezza, finalmente deflorata, taglio rosso tra piume bianche. L’estasi si compie nell’abbandono di un orgasmo plateale, petite mort che si scioglie nel bianco delle luci di scena, armonia irripetibile.

I felt it. Perfect. I was perfect.

16 thoughts on “A SWAN IS BORN

  1. NicoleDiver scrive:

    Grande, grandissimo e sì mi riferisco al tuo pezzo e non a Mr Baffetti. Guardando il film pensavo che avresti scelto un fotogramma in particolare :)

  2. anonimo scrive:

    a me il film è parso un bellissima metafora del diventare adulti, per questo ho trovato eccessivamente drammatico il finale. insomma (spoiler), farla morire è davvero troppo, la vita per fortuna non è così, e per rinascere non si muore per davvero. soprattutto lo sguardo di aronofsky non mi pare avere delle ambizioni così negative e pessimiste nel corso del film tali da giustificare lo sfracello.

  3. anonimo scrive:

    sopra sono io, Miss Pascal.

  4. anonimo scrive:

    Bravò a UdP, as usually (il finale del film ha trovato una chiosa altrettanto affascinante nella tua recensione)

    Miss P (SPOILER) io però continuo a chiedermi se sia davvero quello il finale, se lei muoia davvero o se non sia lasciato volutamente sospesa, ancora "imbambolata" dalla danza. Insomma che sia una morte più metaforica, allo strenuo delle forze, che reale. (FINE SPOILER)

    Noodles

  5. anonimo scrive:

    mmmm, allo stremo delle forze è un conto, con un buco nella pancia un altro, però. guarda, io non ho avuto molti dubbi: per me quella è una morte, e la trovo stonata rispetto al resto del film. quella è il motivo per cui black swan, che comunque mi è piaciuto MOLTO, non è un capolavoro per me.

  6. UnoDiPassaggio scrive:

    @Nicole: Grazie, mon trésor. Ma il fotogramma che pensavi avrei scelto alla fine c'è? E comunque devi ancora dirmi la tua su questo e sui Coen. Tra l'altro secondo me Mr Aronofsky quando è Mr Baffetti è anche un tipo interessante.
    @MissP: Mi ha anticipato Noodles. SPOILER. Noi la vediamo davvero morire? No. Ha un buco nella pancia? Sì. Se hai un buco nella pancia muori necessariamente? Non è detto. Anch'io sono dell'opinione che la morte effettiva, reale, sia secondaria rispetto alla morte metaforica o meglio alla morte in scena. E' il gesto estremo che conta, quel che significa, quel che comporta. Secondo me eh.
    @Noodles: Appunto. E grazie. :-)

  7. anonimo scrive:

    Guardati dalle metefore troppo ardite: sono piume sulle scaglie di un serpente (Umberto Eco, Come scrivere bene)

  8. anonimo scrive:

    splendida considerazione mike.
    finalmente un pò di onore al merito di Darren.

    @commento sopra: eco? scrivere "bene"? ahaha

    mark.

  9. anonimo scrive:

    gli ultimi 20 minuti sono una delle cavalcate cinematografiche più trascinanti e superbe mai viste (perfect)

    devo dire però che le scene di autoerotismo – tolta la prima, che aveva un senso – lungi dal dare spessore al mancato distacco di nina dalla madre (un complesso d'elettra senza la figura paterna) risultano patetiche.

    Losna

  10. UnoDiPassaggio scrive:

    @utente anonimo lettore di Eco: Ma qui non ci sono metafore troppo ardite. Figurarsi le metefore.
    @mark: Mark? MARK? Non posso crederci. (ovviamente neanche il tempo di cliccare e il link non è più valido ^^)
    @Losna: Credo che patetiche dovessero anche esserlo. Orgasmo per nulla garantito, per l'appunto.

  11. anonimo scrive:

    Bel mix di rimandi cinematografici fai nella tua recensione… tutti perfettamente riconoscibili all'interno del film di Aronofsky ed egualmente non ridondanti o ammiccanti. Continuo a credere che Black Swan sia davvero un pezzo di cinema memorabile. ciao, c

  12. UnoDiPassaggio scrive:

    Continuo a crederlo anch'io.

  13. Bette scrive:

    Alla voce sangue (e alla voce madre), vedi questo.

    Alla voce doppelgänger, vedi quest'altro.

    Giusto per dire, eh!

    E poi tornatemi a ripetere tutti i vostri elogi per questo risibile vorrei-ma-non-posso, questo confuso affastellarsi di segni e del loro contrario.

  14. UnoDiPassaggio scrive:

    Visti entrambi e neanche una sola volta. Dopo di che potrei ripeterti tutto quel che penso di buono di "Black Swan". Non lo faccio perché con Aronofsky è inutile argomentare: o disprezzo o entusiasmo.

  15. Bette scrive:

    Più che il regista – che ce la mette tutta, poveretto – mi sembrano sotto la soglia della decenza gli scrittori (quattro uomini, tra parentesi).

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