
HEREAFTER di Clint Eastwood
L’aldilà è un concetto liquido. Se tenti di afferrarlo ti sfugge tra le mani, se ti fermi ad osservarlo finirai per vedere il tuo riflesso, più o meno distorto ma comunque tuo. Al termine della impetuosa sequenza d’apertura di “Hereafter”, ennesimo grande film “minore” di Clint Eastwood, agli occhi sbarrati nella morte-non morte di Marie si palesa un oltremondo in cui le sagome dei sopravvissuti si fondono con quelle dei defunti, il baluginio della terra (forse) appena lasciata scolora nell’indistinto chiarore di uno spazio altro e possibile, spegnersi è venire (nuovamente) alla luce. La visionarietà di “Hereafter” è marcata da una indelebile umanissima immanenza, radicata e confinata nei corpi dei protagonisti (l’origine “medica” delle capacità sensitive di George).

La sequenza iniziale è d’altronde anche la sola concessione di Eastwood allo spettacolo, formidabile segmento di disaster-movie quasi stupito di se stesso, nota alta suonata per accordare gli strumenti della sinfonia a tre voci che seguirà, squarcio dalle forme spielberghiane (Spielberg è uno dei produttori) incastonato nell’incipit di un racconto che procede come un dramma da camera (anzi da camere, le numerose che costellano la narrazione) annullando le distanze geografiche e il determinismo ambientale (la San Francisco operaia, gli spazi proletari londinesi, la ricca borghesia intellettuale della capitale francese) in un’unica mappatura emotiva. Nessuna guerra dei mondi (altro film “minore”, stavolta di Spielberg, ipotetico controcanto del film di Eastwood nel suo essere cupa e metaforica metabolizzazione di paure globali): in “Hereafter” i mondi non si scontrano ma cercano un contatto.

Lo si era già detto a proposito di “Invictus”: da “Gran Torino” in poi (le avvisaglie erano nel dittico su Iwo Jima) il cinema della lacerazione di Eastwood ha intrapreso con coerenza la strada del cinema della conciliazione, che non è cinema conciliatorio. Se il Mandela di “Invictus” è un revenant che decide di restare, i protagonisti di “Hereafter” sono uomini, donne, bambini che cercano di capire il senso del loro essere ora nel mondo attraverso l’esperienza vissuta o sperimentata da vicino della morte, sfuggendo più o meno consapevolmente all’essere fantasmi in vita. Con accorata asciuttezza e dimessa eleganza (di impareggiabile e semplice intensità le riprese negli interni, in una sapiente modulazione di buio e punti luce), Eastwood prosciuga la polifonica struttura narrativa firmata da Peter Morgan di qualsiasi manierismo (complice un sopraffino montaggio invisibile) e riporta grandi tragedie dalla risonanza mondiale a una dimensione intima, privata ma condivisa. Il potenziale e forse atteso thriller soprannaturale viene rimodellato quindi in un mélo domestico (tinelli, stanze da letto, corsi di cucina) che si accosta alla dimensione post-mortem con spirito dubbiosamente laico (si veda la toccante ambiguità del colloquio tra George e Marcus, quando il medium riporta/immagina le parole del fratello scomparso). Ecco allora che in “Hereafter” affiorano il rispetto del mistero (e del mistero del cuore umano) di “Mezzanotte nel giardino del bene e del male”, l’etica “amorosa” de “I ponti di Madison County”, l’abbraccio di “Invictus”: la cognizione del dolore passa attraverso la gentilezza del tocco, il dolce domani è adesso.

Marie, Marcus, George (egregia in particolar modo la prova di Matt Damon) sono personaggi soli in cerca di un controcampo che dapprima reificato (il letto di Jason, il libro-inchiesta della giornalista televisiva, i romanzi dickensiani ascoltati dal sensitivo) rivela infine la sua irrinunciabile e non più rimandabile umanità, che sia una madre persa e ritrovata o una possibile storia d’amore (consapevolezza che nel caso di George passa attraverso la “scuola” dei sensi del corso di cucina durante il quale l’incontro con l’altro, una rimarchevole Bryce Dallas Howard, è mediato dal cibo condiviso e assaporato insieme, per essere poi vanificato dall’intrusione violenta del gesto medianico che risveglia il dolore passato negando la costruzione di un presente). Non a caso nella cruciale fiera editoriale londinese, quando le tre traiettorie narrative finiscono per intrecciarsi, perfino la voce ascoltata tutte le sere da George ritrova il suo corpo reale, quello dell’attore Derek Jacobi.

Nel procedere della storia, i protagonisti imparano quindi a introiettare la morte non come germe distruttore ma come ingrediente naturale della propria finitezza, a considerarla non più evento esterno a sé ma elemento inscindibile del proprio esistere, a ricordare i propri morti lasciandoli andar via. Parallelamente si riappropriano anche della propria immagine più autentica il cui statuto nel corso della narrazione era stato più volte messo in crisi: la gemellarità fotografica e indistinta di Marcus, il ruolo interscambiabile di Marie quale anchor-woman o testimonial pubblicitario, il volto di George, operaio dismesso quindi “corpo sociale” in esilio, reso artatamente fantasmatico nel sito che ne promuove il “dono” (vissuto però dal suo possessore come una maledizione).
In poche parole, imparano a vivere.

Straordinario film sentimentale (che sia proprio questo l’elemento che ha sconcertato gran parte di critica e pubblico?), vitalissima opera testamentaria, “Hereafter” suggella il suo percorso con una delle sequenze più romantiche del cinema eastwoodiano e del cinema recente tout court. L’ultima visione di George è un abbagliante frammento di discorso amoroso, uno shining di audace dolcezza: l’amore sognato, l’amore possibile, qui, ora.
[già pubblicato su Gli Spietati]
Gran bella recensione!
Ecco!! Che altro dire… Come al solito Michele illumini di immenso le mie visioni!
Ecco!! Che altro dire… come al solito Michele, illumini di immenso le mie visioni!!
Stanca
Grazie mille ad entrambi.
)
(grazie doppio per Stanca
anche tu sei egregio, guarda, sei il mio matt damon personale, posso dirtelo? che gran film, che grandiosa capacità di mettere l'individuo DAVANTI alla Storia. non mi sono scappate le maiuscole, no.
MissPascal
Essere il Matt Damon personale di qualcuno (tuo, in questo caso) per quanto a molti possa sembrare un'offesa per me è un bellissimo e troppo generoso complimento.
è che anche a me il buon matt è piaciuto molto in questo film. nonostante reputi marcus il vero personaggio indimenticabile di hereafter, damon che butta incacchiato e solo il piatto della cena nel lavello è, come giustamente dici, egregio.
MissPascal
brotha
GiorgioP
Bellissimo… condivido ciò che dici… toccante, intenso, emozionante… il cinema del 'vecchio' Clint è il cinema di maggior SOSTANZA UMANA che ho visto… spesso la sensibilità di un (apparente) cuore duro è quella più struggente
Eastwood non ha un cuore duro, ha un cuore ruvido. E vivo.
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