
CHANGELING di Clint Eastwood
Alla stazione il volto già pallido di Christine Collins stinge nell’incredulità. Uno sgomento cereo incorniciato, quasi intrappolato, dal cappello a cloche, attraversato come una lama dalla rossa carnosità delle riconoscibili labbra della star che la interpreta. Quello non è suo figlio, quella è l’immagine costruita ad arte di Walter Collins, il figlio che non c’è (più). Così come ad arte l’icona mediatica di Angelina Jolie crea un corto circuito con l’intrepido personaggio da lei interpretato e realmente esistito, la Jolie supermamma che rivuole disperatamente il suo bambino e per lui lotta contro tutto e tutti, la Jolie superdonna che negli anni ’20 è una giovane e piacente signora single, capace di tirare avanti più che dignitosamente una casa e un figlio, lavoratrice indefessa e in carriera (con i pattini a rotelle, antesignano d’epoca dei gadget laracroftiani). L’attrice così non ha neanche bisogno di strafare, di prodursi in eccessive scene madri, la sua performance anzi pare paradossalmente (ed efficacemente) frenata, quasi preoccupata dell’overacting spontaneo che potrebbe derivare dal suo status di star chiacchierata. Ancor prima di intingersi nel noir cupo e dal taglio espressionista, “Changeling” sembra rimandare ai melodrammi che vedevano l’acclamata diva nei panni dell’eroina martire di una giustizia non giusta, dalle virginee (e contemporanee) Lillian Gish e Mary Pickford alle più mature e coriacee Barbara Stanwyck di “Stella Dallas” e Joan Crawford di “Mildred Pierce” e anche alle protagoniste sirkiane. Una struttura da racconto popolare (e femminile) nella quale Eastwood s’immerge per risalire alle torbide sorgenti del mystic river, un mondo di madri addolorate e padri inesistenti, nel quale l’innocenza è abbattuta a colpi d’ascia prima ancora di poter sognare qualsiasi “american dream” e i bambini sono orfani di ogni morale, costretti alla complicità criminale, all’inganno istituzionalizzato, alla sopravvivenza sopra i cadaveri di altri bambini. Perfino l’assassino, spregevole e colpevole quanto si vuole, è una crudele creatura infantile, un bambino mal cresciuto, alle prese con capricci che degenerano in incontrollabili nefandezze, fino alla regressione siglata dalla straziante carola natalizia intonata qualche attimo prima della morte per impiccagione.

Il melodramma si salda al thriller civile dalle ombre orrorifiche e alla geometria del court-drama seguendo un processo di ristabilimento dei torti subiti e di trionfo della vera giustizia che appare classico come vuole la vulgata corrente del “classicismo di Eastwood”. Eastwood semmai scava nelle forme classiche del cinema del passato constatandone amareggiato l’irriproducibilità odierna e reinventandole. “Changeling” adotta sì una struttura lineare e rodata nei suoi perni drammatici, con una ripartizione abbastanza chiara tra bene e male (con un punto di domanda sulla figura del reverendo Briegleb, personaggio centrale potenzialmente problematico invece opaco e monocorde, maglia debole dello script) ma ad un certo punto questa struttura si sfalda. Già dall’inizio in realtà biforcazioni e stratificazioni di senso e di rimandi iconografici ne minano la granitica unità ed ogni sequenza, grazie al prodigioso lavoro di Tom Stern che acceca lo sguardo anche nelle polverose sequenze in pieno sole, rischia di annegare nel buio, ogni volto sembra a un passo dall’essere inghiottito da un cinema eastwoodiano sempre più fisicamente nero. Ma lo scricchiolio si avverte più chiaramente al momento del doppio processo, due itinerari che dovrebbero condurre e di fatto conducono allo stesso risultato, la punizione del crimine, ma con uno sbocco emotivo differente, affatto liberatorio. L’incontro col condannato non produce la sospirata atroce rivelazione ma un amplificarsi della sofferenza, la sua esecuzione (sequenza di un realismo dettagliato, chirurgicamente raggelante) non si consuma in una dolorosa catarsi. Il colpevole appeso s’impone come l’ennesima immagine costruita ad arte (il mostro riconosciuto e additato alle folle, meritevole di una sorte mostruosa) perché nessuno abbia a dolersi di una falla del sistema. Da quel momento in poi si tratta di scegliere in quali immagini credere.

Tornando allora alla sequenza dell’incontro di Christine Collins col bambino che vogliono far passare per suo figlio e alla fotografia per la quale cede riluttante a mettersi in posa, mi sembra che con “Changeling” Eastwood abbia firmato un’opera complessa e magnificamente imperfetta sul potere ambivalente, non solo politico, delle immagini (la sua opera dunque più vicina al sottovalutato “Flags of our fathers”, oltre che a “Mystic River”). L’annichilimento dell’individuo passa attraverso la progressiva distruzione o la sostituzione della sua immagine da parte del potere assoluto di un’Istituzione (maschile e adulta) preoccupata anch’essa della salvaguardia della propria immagine. La Los Angeles di Christine Collins, cittadina modello costretta a vestire la divisa manicomiale di femmina asociale e pazza, non è solo quella della politica corrotta e della polizia con essa collusa ma anche quella di Hollywood, fabbrica di sogni, incubi, immagini archetipiche in vendita al miglior offerente, all’inizio della sua Golden Age. Il falso figlio di Christine arriva in città (e accetta la finzione) con la speranza di incontrare il suo attore preferito, l’eroe western Tom Mix. Gli squarci sulla gestione violenta della città sembrano provenire dai gangster-movie degli anni Trenta e Quaranta. Ed è attraverso lo schermo di una parete vetrata che, in una delle sequenze più belle, Christine assiste all’incontro tra un’altra madre e un altro figlio sfuggito al massacro, spettatrice di un film di cui vorrebbe essere la protagonista. Nei flashback del ragazzo salvatosi si materializza un nuovo mito positivo, una nuova immagine: Walter Collins viene consegnato all’eternità della figura del kid eroico ed altruista. L’immagine mistifica, l’immagine condanna, l’immagine salva. Christine Collins alla fine punta sulla “speranza” (parola obamiana declinata però in senso individualistico da un solido repubblicano) così come poco prima aveva scommesso sulla vittoria agli Oscar di “Accadde una notte”, preferendo all’arrogante retorica spettacolare di “Cleopatra” di De Mille il sorriso ottimista col quale Frank Capra faceva fronte ai più duri anni della Depressione (e scegliendo dunque solo una delle due immagini con le quali si era proposta Claudette Colbert, protagonista di entrambi i film). La donna si allontana per le strade della città che sferraglia verso la modernità, immagine che scolora in un bianco e nero d’epoca, fotogramma-fantasma di un passato scandagliato dallo sguardo di Eastwood, rigorosamente presente. Accadde una notte, accade ancora.
Il film non mi ha convinto ma lo accetto di più dopo il tuo post stupendo che mi ha spalancato occhi e mente, ciao alp
Qualche volta vorrei venire qui e dire aaah finalmente, fai schifo! hai scritto una recensione di cacca, per questo e quest’altro motivo.
Ma temo che resterà una specie di desiderio perverso irrealizzabile.
Mi stuzzica assai tutta la disamina sul valore “metacinematografico” del film, sul dialogo che intesse con cinema classico hollywoodiano; anche se poi Eastwood se ne discosta parecchio nella morale finale. secondo me Eastwood adopera un classicismo critico, ne risucchia apparentemente tutte le forme ma al tempo stesso lo divora dall’interno proprio perché è irriproducibile di fronte a un mondo incapace ormai di essere del tutto partecipe del mondo di Capra.
Ovviamente anche io sottoscrivo tutto, ho scritto delle cose molto simili
Ciaoo Rob
@alp: allora ci sei sempre, mi ero chiesto che fine avessi fatto… (grazie, davvero)
@Noodles: Guarda che tu puoi dirmi “fai schifo” quando vuoi, anzi ti autorizzo a tirar fuori un FAI SCHIFO! gratuito quando meno me lo aspetto in un commento a qualsiasi post futuro. Quanto al “classicismo” (o neoclassicismo o postclassicismo o classicismo critico) eastwoodiano la penso come te, credo sia chiaro.
@Rob: Sono andato a leggere il tuo pezzo. Capisco che ormai sei lanciato tra diverse riviste on-line però…TORNA! Qui c’è bisogno di te!
Grazie sempre del supporto. In effetti avrei voglia di tornare sul blog, solo che per adesso mi manca la forza di ricominciare :/
Ciaoo Rob
“mi sembra che con “Changeling” Eastwood abbia firmato un’opera complessa e magnificamente imperfetta sul potere ambivalente, non solo politico, delle immagini (la sua opera dunque più vicina al sottovalutato “Flags of our fathers”, oltre che a “Mystic River”).”
Condivido assolutamente. Sono arrivato anche io a questo tipo di considerazione.
E il tuo post è davvero splendido.
Un saluto
Solo un piccolissimo, minuscolo appunto su quel “solido repubblicano”. Eastwood che io ricordi ha avuto rapporti spesso parecchio controversi e problematici con il partito… Non lo dipingerei come uno “solidamente inquadrato” nel partito repubblicano. Tutt’altro.
Ri-saluti (e scusa la prolissità)
Eastwood, lui sì, è un maverick — with a vengeance.
Ci tenevo a precisare che ho letto questo tuo pezzo esattamente due minuti dopo che l’hai postato, e da allora l’ho riletto. Oggi ho riletto l’ultimo terzo. No, ci tengo a precisarlo perché c’è chi crede che se non si commenta è la morte.
@pickpocket83: Innanzitutto grazie. E no, non sei stato per nulla prolisso. Passiamo al giusto appunto che muovi: il “solido” può sembrare una qualifica eccessiva, lo ammetto. Credo di averlo messo più o meno inconsciamente per difendermi da chi potesse leggere nelle mie parole “l’apprezzo dunque non è poi così repubblicano”. Credo che i rapporti controversi col partito nascano dal suo fiero individualismo che poi è una caratteristica del più autentico sentire repubblicano così come un sano scetticismo per la gestione della cosa pubblica. Eastwood si definisce “libertarian” (riporto da una recente intervista: “I mean, I’ve always been a libertarian. Leave everybody alone. Let everybody else do what they want. Just stay out of everybody else’s hair. So I believe in that value of smaller government. Give politicians power and all of a sudden they’ll misuse it on ya.”) ma rimane ad ogni modo un conservatore, alle ultime elezioni ha supportato, seppur in modo non troppo esposto, McCain.
@gahan: L’hai riletto perché non si capiva che diavolo volessi dire? ^^ Quanto alla precisazione, non preoccuparti affatto, il turbamento da assenza di commenti non è un problema che mi riguarda. Anche se, confesso, il fatto che per la prima volta un mio post non avesse neanche uno straccio di commento uno nell’arco di 24 ore mi aveva fatto dubitare un po’ sul senso delle cose dette. Ma solo un po’ perché in quelle cose ci credo fermamente.
Esatto… scusami la pignolaggine.
Ho mosso quella piccola osservazione anche per movimentare un po’ il dibattito bloggaro, che purtroppo ultimamente sembra sprofondato in un torpore degno di un coma depassé.
A presto
Il dibattito bloggaro, se mai ce n’è stato uno, è in un momento di impasse innegabile; si potrebbe speculare facilmente, e si è mi pare speculato, che sia un’estensione quasi naturale della crisi economica (e, perché no, di valori: faccio qui appello alla parte più conservatrice — e ben poco “libertarian” — del pubblico che non ci legge), ma forse è un bene — l’argomentazione del male che in realtà sarebbe un bene regge sempre, di questi tempi è in gran spolvero, ed è un truismo irrinunciabile. Per quanto mi riguarda, non son mai stato un gran commentatore né in termini di massa né di sapore, ma ultimamente entrare da qualcuno e dire “Gran post, bellissimo, illuminante, stupendo, profondissimo, geniale” and the like mi sembra particolarmente pointless. Il mio prossimo commento qui da te ci sarà quando avrò da riempirti di melma per qualche cavolata paurosa che avrai scritto — ma anche qui, non ho molti margini per sperare in una simile eventualità. A meno che non scrivi un altro post sul mio “Once”.
Dopo questa lettura così piacevole e convincente, ho ancora meno voglia di vedere questo film. Sono un mostro irrecuperabile.
Del resto qualcuno che mangi la vaniglia quando tutti si buttano sul cioccolato fa bene anche ai produttori di cioccolato.
Se devo scegliere due maverick, preferisco Schrader e Welles. O Preston Sturges.
Mi piace citare un mio giovane nemico che una volta disse: siamo tutti di “destra”.
Affermazione non scevra di qualche grossolanità ma assai meno peregrina di quel apparve e ottimo spunto di partenza su cui riflettere.
Ahimè, il dibattito è morto con la fine della sinistra e la nascita dell’i-pod e della alienazione (cosa ben diversa dalla solitudine: la persona sola è capace di ascoltare, l’alienato è solo in grado di parlarti per ore di sé senza avere interesse per quello che puoi dirgli tu; la persona sola ascolta la musica facendo andare le casse, l’alienato si mette le cuffie).
E poi per un dibattito decente, occorrono tempo e spazio.
E, naturalmente, almeno due persone con punti di vista diversi.
Hai ancora meno voglia di vedere questo film perché è di Eastwood e Eastwood non ti cala (mentre io aspetto con ansia anche “Gran Torino”). Quel che ho scritto, per quanto ti conosco io, avrebbe tutte le carte per spingerti invece a vederlo (ma non farlo, lo odieresti). Poi, sai, in realtà non tutti si sono buttati sul cioccolato, apprezzandolo, anzi (non considerare la Connection che non riflette il reale trend del gradimento). Se io dovessi scegliere un maverick vivo, assodate le morti di Sturges e Welles, adesso credo che sceglierei Ferrara (Abel). Io non ho I-pod però ascolto la musica nelle cuffie perché sono un po’ sordo per cui l’uso delle casse sarebbe a volumi proibitivi e passibili di denuncia. Il tempo è quel che è, come lo spazio. Però siamo due persone con punti di vista a volte diversi, e siamo anche due persone decenti. Un dibattito formato tascabile ci può stare.
(se ti dico che ieri sera mi sono riempito occhi, cuore e cervello del dimenticato “Les destinées sentimentales” di Olivier Assayas, tre bellissime ore di racconto fluviale e impressionista, apparentemente epico invece privatissimo, porcellana ultrafine e resistente, mi vuoi un po’ più bene? ^^)
lo sai che ti voglio bene (e anche di più), anche senza il valore aggiunto del magnifico Assayas.
Piuttosto, leggerò volentieri quanto scriverai (perchè lo farai, vero?) sul Racconto di natale di Desplechin.
Tenendo alta la bandiera del cinema francese anche per me.
Certo che lo farò. Desplechin è l’unica ragion d’essere del prossimo weekend (è da quando ho visto il cartonato al cinema che non penso ad altro). Anche perché l’ultimo delizioso Leigh l’ho già visto.
una schifezza ,il film peggiore dell’anno,la Jolie sembrava lara croft anoressica
Addirittura.
[...] fathers (la doppia bandiera di Iwo Jima, l’eroismo lustro da prima pagina), poi continuato in Changeling (la foto col finto figlio imposto alla Jolie dalle forze di polizia) e ripreso in chiave positiva [...]