
FLAGS OF OUR FATHERS di Clint Eastwood
Scalano una collina di cartapesta i tre superstiti dell’alzabandiera di Iwo Jima. La scalano in mezzo a una folla stoltamente osannante, ubriacata dal dolce insanguinato della propaganda bellica, di cui reclama a gran voce la fetta che gli spetta, il mondo perfetto dell’eroismo. La scalano di fronte a una classe politica che ha bisogno di questa messinscena plateale per continuare la million dollar war (e magari nel frattempo conservare il proprio potere assoluto). La scalano mentre la sabbia nera del ricordo annebbia lo sguardo accendendone un altro, retrospettivo e angoscioso. La guerra è l’agghiacciante parentesi di cenere, sangue e fuoco che svela su quali frattaglie umane (amiche o nemiche, poco importa) sorga il monte su cui sventola la doppia bandiera della speranza nazionale.

Grande Eastwood che sembra girare l’ennesimo film bellico brutale, vigoroso e indignato per realizzare invece un altro tassello non riconciliato della sua sconfortata riflessione sulla società americana. Sguardo probabilmente non antimilitarista ma senza dubbio poco nazionalista, intriso di un umanesimo disperato che lo spinge a rivelare di che pasta amara siano fatte le storie sotto il tendone del circo di Bronco Billy, un patchwork beffardo di stars & stripes. E la triste sorte dell’indiano Ira è la cartina al tornasole della cattiva coscienza di un Paese che vuole sì l’eroismo ma lustro e seriale, presentabile a una cena di gala, degno di una foto in prima pagina. La doppia bandiera, più che una doppia verità, sembra quasi alludere a una doppia menzogna.

Sguardo asciutto che abbandona la tragicità secca e perfetta dei due capolavori precedenti per affrontare una struttura narrativa anticlassica, complessa, polifonica, solo apparentemente poco eastwoodiana. Un racconto che diversi testimoni (de)costruiscono davanti ai nostri occhi, in cui all’evocazione della battaglia e del controverso ritorno dei reduci si intreccia una riflessione sulla riscoperta privata dei padri. Il lungo criticatissimo finale diventa così l’approdo emotivo (e ideologico) del film, il gran rifiuto in forma di elegia dolentissima, per i vivi e i morti, al di là di qualsiasi eroismo, vero o falso. Un finale siglato, ancor più che dai bellissimi titoli di coda, dall’unica autentica istantanea non scattata quel giorno, ma catturata dal cinema: un gruppo di soldati che si spogliano della loro divisa per tuffarsi nell’Oceano, ragazzi nell’acqua, padri adolescenti.

Retorico? Mah, sarà pure, ma di una retorica altissima e profondamente morale. Una retorica che non nasconde il vuoto nero di una botola che custodisce l’oscenità del sacrificio inutile, orrore che nessuna cartapesta, nessuna foto celebrativa, nessun monumento potrà e vorrà mai riprodurre. Ma che il cinema può ancora mostrare.
GRAZIE
La triste vicenda dell’indiano Ira si allaccia, quasi fosse un prequel immaginario e non solo storico, a quella del Melquiades tre volte sepolto. E la non-visione della botola lostiana è senza dubbio la più anti-fordiana delle visioni: come pure la sagoma di Phillippe che si staglia sui sentieri (davvero) selvaggi della guerra.
@deliriocinefilo: prego (ma di che? ^^)
@JerryGarcia: la mia cassetta della posta a questo punto attende con una certa emozione “lettere da Iwo Jima”…
Caspita, il SoldatoDiPassaggio ha compiuto fino in fondo il proprio dovere: questa recensione mi ha fatto tornare una gran voglia di vederlo, leggermente scemata in questi giorni…
Private (con un nome così poi…), che aspetti a buttarti nella mischia? Ti aspettiamo qui, nel fortino (di cartapesta).
Indubbiamente i temi sono quelli da te citati, ma a me sembra di aver visto un film diverso, all’insegna del già visto (sia stilisticamente – Spielberg – sia contenutisticamente – la contrapposizione tra soldati lindi e puri e traviati dalla guerra e il Palazzo perso nell’intrigo e la falsa propaganda). Mah.
Spielberg c’è ma racchiuso nel cuore nero (cacciatore bianco) di Eastwood. Che continua a girare film neri (e infatti più del desaturato grigio “spielberghiano” di Iwo Jima mi torna agli occhi la cupezza corposa e inappellabile di tutte le sequenze americane così come il buio che avvolge gli intervistati e l’intervistatore) e che tra soldati e cittadini sceglie una terza strada, quella dell’individuo. I soldati di Eastwood non mi sono sembrati puri ma persone normali, anche banali, senza particolari qualità (nessuno compie chissà quale nobile gesto), non traviati dalla guerra ma dalla collettività di cui fanno parte integrante, e dei cui proclamati e difesi valori scoprono silenziosamente la pochezza.
Non so sarà pure giusto, eppure non mi convince. Sarà che gli attori nn m’hanno convinto più di tanto – ed è strano perché Clint in genere è un ottimo direttore d’attori. Aspetto le lettere da Iwo Jima… magari l’affare si chiarisce…
Fin dagli albori del doppio progetto il sentore era che Flags sarebbe stato il lato “convenzionale” dell’accoppiata, e “il film giapponese” quello “sperimentale”, anche solo per il fatto di confrontarsi con un punto di vista che non appartiene a Eastwood, ovviamente non quanto quello americano.
Tutto ciò che è lecito aspettarsi da “Letters from Iwo Jima”, quindi, è un qualcosa di parecchio diverso/distante da “Flags”. Altrimenti rischia di essere un’appendice superflua.
Non credo ci sia bisogno di dire che condivido tutto ^^ Siamo rimasti affascinati dalle stesse immagini.
Ciaoo Rob
@cooper: se questo è il lato “convenzionale” non oso immaginare cosa sarà quello “sperimentale”…^^ Concordo sul fatto che “Letters from Iwo Jima” sarà qualcosa di diverso/distante (e probabilmente dialettico)
@Rob: non c’è bisogno ma fa comunque un gran piacere sentirlo (leggerlo)
un gran blog, il tuo, non lo conoscevo.
Un film pazzesco. Il titolo del tuo pezzo in un certo senso già racchiude tutto. E’ tutto un andare a ritroso nelle “fotografie” della memoria che scavano in loro stesse per dar vita ad immagini troppo forti per restar ferme e che rendono ridicoli coloro che cercano di racchiuderle negli spazi di una cornice o di renderle “materia”.
Letters from Iwo Jima è un’ulteriore indagine nel fuori vista, come se Eastwood non volesse perdersi nulla di ciò che esiste, dell’intero universo. Mai lavoro fu più capace di scavare nell’iconografia del ricordo.
Clint non è un uomo di cinema, è una divinità! ^^
@goljadkin: Grazie, davvero. ^^
@Paradine: la tua è solo una sentita anticipazione immaginaria o hai già avuto modo (non so come) di leggere le lettere giapponesi?
la prima che hai detto
purtroppo
ci siamo, l’ora è giunta, Lettere da Iwo Jima, sarà questo la bordata plebiscitaria della connection?
Mah, non so, se plebiscito ci sarà io ne sarò quasi sicuramente il vessillifero.
Attento a dove piazzerai la bandiera… o la lettera e assicurati che l’otturatore sia aperto.
Clint, un vessillo che dobbiamo tenerci stretti.
la famosa sequenza dopo i titoli di coda c’è, eccome se c’è, 2 o 3 secondi però, ripresa in movimento dal monte verso l’oceano silenzioso e finalmente deserto.
[...] ambivalente, non solo politico, delle immagini (la sua opera dunque più vicina al sottovalutato “Flags of our fathers”, oltre che a “Mystic River”). L’annichilimento dell’individuo passa attraverso la [...]
[...] che J. Edgar prosegue e approfondisce il discorso messo a fuoco da Eastwood nell’incompreso Flags of our fathers (la doppia bandiera di Iwo Jima, l’eroismo lustro da prima pagina), poi continuato [...]